B-Log
[18 giugno 2024]
[Una foto vista per caso]
Quella mattina ero molto giù di tono, distesa sui pensieri più tristi scorrevo le mille immagini che la galleria di Instagram mi proponeva. Gattini, cibo, ragazze – tante ragazze, troppe ragazze – catene di stupidità e pubblicità di ogni tipo: tutti vogliono venderti qualcosa su Instagram, che sia una tisana o un integratore, un pantalone per yoga o un corso che ti renderà milionario. Il metodo è sempre lo stesso, anche quando pare che non vogliano vendere nulla: ti stanno vendendo la loro immagine.
Ma io quella mattina ero sepolta da una tristezza che non badava al contorno, stavo male ormai da mesi e nessuno capiva quale fosse realmente il problema, l’infiammazione si era estesa e non era più soltanto una questione estetica. Avevo perso fiducia nella medicina. All’improvviso, in mezzo alla folla di video e foto, noto il volto di un uomo: più o meno quarant’anni, due occhi grandi – occhi buoni – un cerotto a coprirgli quasi tutta la fronte, alle sue spalle un raggio di sole, una fitta di speranza. Clicco sul volto. Leggo velocemente ciò che ha scritto l’uomo della foto.
Sta male. Un cattivo umore con la T davanti. Lo chiama così.
Chiudo tutto.
Non ci penso più per un po’.
Passa del tempo, forse ore, forse un giorno. Poi torno su quella foto, sul raggio di sole alle sue spalle. Da quel momento inizio a seguire il suo profilo; scopro che è figlio unico, celiaco, nuotatore esperto e davvero molto, molto simpatico. Sta imparando a gestire una nuova realtà e condivide il suo percorso con coraggio.
La mia tristezza sta sempre lì, in agguato, pronta a cambiare abito e palesarsi quando meno lo vorrei, ma frequentare le sue parole mi ha aiutata. So che la mia sofferenza non è migliore delle altre, so che le mie ferite non valgono più delle altre. Le cose vanno come vanno e accettare i cambiamenti significa crescere.
Non so nuotare come lui, e chissà se imparerò mai, intanto provo a non prendermi più troppo sul serio, a lasciare andare, a non girare intorno allo stesso punto, a non salire sul tram sbagliato, a buttarmi in un nuovo progetto, a finire i tanti vecchi progetti, a sorridere della mia imperfezione, a sorridere anche della delusione, a non avere paura. A non avere più paura.
L’uomo della foto – il ragazzo dagli occhi buoni – si chiama Massimo Vitali, è uno scrittore, e oggi compie 46 anni. A lui dedico una parte della mia consapevolezza, una parte del mio viaggio dentro me stessa.
Buon compleanno Massimo!
Angela
Foto: Massimo Vitali. Fonte foto: scuolacomics.com.
#massimovitali #augurimassimo #2024
[28 maggio 2024]
[A mio padre]
Il bisillabo che mi porto addosso
a spasso tra la carta d’identità
e la facoltà d’ingegneria messo
adesso sotto al timbro
come un marchio, un ricordo,
una sutura tra di noi, papà,
è la promessa di cambiare passo
se servisse a tenere fede
al nessuno che resto
anche adesso che firmo sotto,
con responsabilità, una esse diversa dalla tua,
un memento, un nodo complesso,
papà
se tu sapessi che pesano per me
anche le consonanti
a questo mondo.
Foto: Ancora primavera, poco distante dal tufo della Valle dei Templi, maggio 2024.
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[29 gennaio 2024]
Di Mahmoud Darwish sto iniziando a tradurre qualcosa, sto scoprendo un autore che non conoscevo e sto imparando, anche attraverso le sue parole, quanto sia complessa e dolorosa la storia del popolo palestinese, quanto sia forte la distorsione della lente occidentale su questa storia e quanto siamo immersi in una narrazione che divide gli umani in buoni e cattivi, senza via di fuga, senza possibilità di confronto, con un tifo da stadio che copre tutto e tutti.
Non ho scritto nulla per il 27 gennaio, avrei voluto scrivere tanto ma poi ho preferito tacere. Oggi in questi versi ho trovato la risposta al mio silenzio: “History mocks its victims and its heroes. It glances at them in passing and goes on.” La storia deride le sue vittime e i suoi eroi perché noi dalla storia non impariamo mai, così la storia guarda di sfuggita vittime ed eroi, oppressi e oppressori, piccoli e grandi e prosegue come se nulla fosse mai accaduto. Non abbiamo ancora imparato, è lecito chiedersi se arriverà mai il giorno in cui la storia si fermerà a guardare negli occhi le sue vittime e i suoi eroi, se giungerà il momento in cui potremo dire che finalmente qualcosa l’abbiamo imparata.
Mahmoud Darwish è stato giornalista, poeta e scrittore, considerato uno dei più importanti autori in lingua araba ha vissuto sin da bambino la condizione di cittadino illegale nella sua terra di origine. La sua produzione poetica è emblema dell’identità nazionale palestinese e oggi resta uno dei manifesti più notevoli della voce di un intero popolo.
Il testo che ho tradotto dall’inglese è tratto da “Unfortunately, It Was Paradise: Selected Poems” , una raccolta di poesie tradotte dall’arabo da Munir Akash e Carolyn Forché (con Sinan Antoon e Amira El-Zein).

Mio è tutto ciò che era mio.
Le pagine strappate dal Nuovo Testamento sono mie.
Il sale delle mie lacrime sulla parete della mia casa è mio.
E il mio nome, sebbene io lo pronunci male in cinque lettere piatte, è pure mio.
Questo nome è il nome del mio amico, ovunque lui sia, e pure il mio.
Mio è il corpo temporale, presente e assente.
Per adesso bastano due metri di terra.
Mi bastano un metro e settantacinque centimetri.
Il resto è per un caos di fiori brillanti che lentamente assorbiranno il mio corpo.
Ciò che era mio: il mio ieri.
Ciò che sarà mio: il domani lontano,
e il ritorno dell’anima errante come se nulla fosse accaduto.
E come se nulla fosse accaduto:
un lieve taglio nel braccio dell’assurdo presente.
La storia si fa beffe delle sue vittime e dei suoi eroi.
Li guarda appena e va avanti.
Il mare è mio. L’aria fresca è mia.
E il mio nome, sebbene lo pronunci male sulla bara, è mio.
Quanto a me, pieno di ogni motivo per partire,
Io non sono mio.
Io non sono mio.
Io non sono mio.
Mahmoud Darwish
(Trad. dall’inglese di Angela Spoto)
***
Mine is all that was mine.
The pages torn from the New Testament are mine.
The salt of my tears on the wall of my house is mine.
And my name, though I mispronounce it in five flat letters, is also mine.
This name is my friend’s name, wherever he may be, and also mine.
Mine is the temporal body, present and absent.
Two meters of earth are enough for now.
A meter and seventy-five centimeters are enough for me.
The rest is for a chaos of brilliant flowers to slowly soak up my body.
What was mine: my yesterday.
What will be mine: the distant tomorrow,
and the return of the wandering soul as if nothing had happened.
And as if nothing had happened:
a slight cut in the arm of the absurd present.
History mocks its victims and its heroes.
It glances at them in passing and goes on.
The sea is mine. The fresh air is mine.
And my name, though I mispronounce it over the coffin, is mine.
As for me, filled with every reason to leave,
I am not mine.
I am not mine.
I am not mine.
Mahmoud Darwish
Da: “Unfortunately, It Was Paradise: Selected Poems”, translated and edited by Munir Akash and Carolyn Forché (with Sinan Antoon and Amira El-Zein).
#mahmouddarwish #palestine #poetry #darwish #mahmoud #angelaspoto
Chi sono gli intellettuali italiani? Dove sono gli intellettuali italiani? Che fanno questi intellettuali italiani? Non vedo abbastanza penne arrabbiate, non leggo abbastanza indignazione per ciò che avviene nel nostro paese e per ciò che sta avvenendo fuori dal nostro paese, non sento quella voce fuori dal coro, non percepisco la giusta rabbia per ciò che meriterebbe reale attenzione e impegno. Come se la dipendenza da social avesse avvolto tutto e tutti, come se l’unica strada percorribile fosse adeguarsi ai tempi e conformarsi al canone richiesto dal mercato: gli intellettuali italiani non esistono più, al loro posto ci sono influencer e content creator, l’obiettivo è fare soldi, diventare virale, ricevere l’applauso virtuale; la comunicazione deve seguire le regole del marketing, la parola deve essere asservita allo scopo. Se non condividi non esisti, se non crei il format non raggiungerai il tuo pubblico, la tua community.
Mi tornano in mente le parole di un grande intellettuale italiano, un grande scrittore, un grande siciliano. Intervistato nel novembre del 1973, Leonardo Sciascia alla domanda “Qual è il posto e il compito di uno scrittore nella società moderna?” rispose: “Per quello che mi riguarda, quello di guastare il gioco. L’enorme gioco a incastro in cui il potere, in ogni parte del mondo, si realizza.”
Ecco, questo è ciò che dovrebbero fare gli intellettuali italiani: guastare il gioco, non sedersi a giocare.

#leonardosciascia #sciascia #angelaspoto #letteratura #critica
L’ultimo premio che ha vinto è il “Communicator Award”, non l’ha potuto ritirare personalmente a Istanbul perché non può viaggiare a causa dell’occupazione israeliana, è seguito su Instagram da più di 18 milioni di persone, ha rischiato la vita più volte e ancora oggi rischia pur di scattare foto e condividere video. Motaz Azaiza ha 24 anni e si chiede se riuscirà a sopravvivere e in tal caso se riuscirà a essere felice dopo aver vissuto all’inferno.
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“Dovrei preoccuparmi della mia vita?
Avrà inizio il mio sogno di viaggiare per il mondo?
Se anche riuscissi a farcela e restare in vita, sarò mai mentalmente capace di gioire per un momento in tutta la mia vita?
Dovrei sopravvivere a questo?
Cosa fare per i peli bianchi che stanno spuntando pure sulla mia barba, come se fossi un fottuto uomo di mezza età e non un ragazzo di 24 anni?”
“Il genocidio più documentato tramite live show, reel, post, fotografie. In meno di 100 giorni ho raggiunto 18 milioni di follower per aver mostrato il massacro che sta avvenendo alla mia gente e alla mia amata Gaza. 18 milioni di follower e nulla si è fermato fino a oggi. Giorno 98”
“[…] e il massacro continua e non si ferma, e il mondo è come se guardasse un film”

Credo che chiunque abbia uno spazio online debba usarlo con coscienza. La mia coscienza, la mia umanità mi impone di schierarmi col popolo palestinese e di condannare il governo israeliano, il cui unico merito in questi mesi di sterminio è stato mostrare quanto inutili possano essere i cittadini quando i governi non vogliono ascoltarli. Inutili,useless, come ha detto Motaz Azaiza, fotografo e giornalista palestinese, grande testimone di questi mesi e autore di alcuni degli scatti più tragicamente e narrativamente forti, durante uno dei suoi interventi online; useless, come abbiamo scritto in tanti commentando impotenti le foto di questo genocidio, assistendo impotenti alle testimonianze video/audio di questo genocidio. Non scrivo “guerra” perché questa non è una guerra, perché la guerra dovrebbe consumarsi tra soldati, perché anche la guerra ha il suo codice e la sua legge: a Gaza tutte le leggi sono state infrante e le bombe sono state sganciate su ospedali, uomini disarmati, donne e bambini.
Stasera riporto le parole di Bisan Owda (regista e giornalista, wizard_bisan1 su Instagram) pubblicate circa 12 ore fa. Posso fare solo questo adesso, posso solo condividere e diffondere e tradurre e pubblicare. Posso fare solo questo e lo faccio, perché è importante parlarne, è importante continuare a parlarne.
Il silenzio rende complici. La parola ha un potere enorme e non si deve mai avere paura di schierarsi, di scegliere, di difendere chi non si può difendere, di prendere la parti dei più deboli, di farsi carico di una giusta causa.
Vorrei poter fare di più, ma ha ragione Motaz, siamo useless. Non siamo riusciti a fermarla prima questa tragedia, ma non possiamo perdere la speranza, siamo ancora in tempo per fermarla adesso. La storia è cambiata in questi 97 giorni di guerra.
A seguire la traduzione del post di Bisan di oggi 11/01/2024:

“Sono cresciuta di vent’anni…negli ultimi 97 giorni!
Ho visto tutti gli orrori di questo mondo.
Se avessi letto nei libri ciò che ci sta succedendo, non avrei creduto che potesse essere vero.
Il nostro sangue si è versato nelle vie e i corpi dei nostri cari, giustiziati con i loro bambini, si sono decomposti per strada.
Le nostre case e le città sono state demolite e rase al suolo.
Siamo stati assediati, ci hanno resi affamati…abbiamo mangiato le foglie degli alberi per la fame e siamo morti per fame!
Ci hanno buttati fuori dalle nostre case e costretti a vivere in tende piene di malattie. Il mondo non può cambiare quello che è successo, ma si può cambiare il nostro futuro.
Fermate questa pazzia! CESSATE IL FUOCO ADESSO!!!”

12 anni. Non ricordo se ti ho scritto qualcosa per ogni compleanno. Forse sì, forse no. Magari un giorno troverai qualche frammento sparso che parla di te, ma non ti stupirai perché ti sarai già trovato in mille altri frammenti, e chissà se te ne vanterai con qualcuno o se preferirai non parlarne, chiudere i libri, fare finta di niente.
12 anni. Manca poco così e diventerai più alto di me, un altro po’ e supererai pure tuo padre.
12 anni. La tua zia più giovane è quasi un’altra persona; qualcosa è rimasto della ragazza che ti ha scattato la tua prima foto mentre facevi il primo sonnellino della tua vita in una culla di ospedale, ma molto se n’è andato, perché quando si cresce si cambia e noi – in modo diverso – siamo cresciuti e siamo cambiati.
12 anni. Gli eventi si moltiplicano, i desideri cambiano, nuovi sogni nascono, alcune passioni si consolidano, le delusioni si materializzano, le transizioni e i cambiamenti fanno male, “la vita negli occhi degli altri” comincia a pesare, senza accorgertene diventi il primo spettatore di te stesso: sii clemente, sii buono con questo primo attore.
12 anni e questo è il primo anno che non abbiamo trascorso insieme: a scartare regali tu, a scattare foto io.
12 anni. Continueremo a cambiare, Ettore. Avrà un senso anche quest’epoca e impareremo – abbiamo già iniziato -a vedere il mondo attraverso i tuoi occhi.
Sarai ancora e sempre la misura del mio e del nostro tempo.


Fonte foto: Google.

#ceasefirenow #freepalestine #gaza #سلام# שָׁלוֹם #pace #gazastrip #peace

[2021]
Pelle, calore, capillari, palpebre, ferita, dispnea, ferita oblunga,
rosso, rosso ovunque,
bolle, puntini, prima diagnosi, acido borico, dermatite, seconda diagnosi, cortisone, ossido di zinco, antistaminico,
la voce di mia sorella, la mia voce,
dermatologo, allergologo, sistema immunitario, analisi del sangue, patch test, reazione, cerotto, reazione, effetto rebound, palpebre, palpebre e sangue, sangue sul volto, sangue tra le dita, sangue sul cuscino,
il mio volto,
non esisto,
ansia, sonnolenza, lacrime, dispnea, disturbo d’ansia, mascherina, lavoro, mia madre, smettere di usare specchi, videochiamata, mio fratello, altro dermatologo, oculista, piccolo attacco di panico, fare finta di niente, gli occhi di mia madre, sorridere, unguento, crema farmaceutica, morire da qualche parte, ancora palpebre, occhiali scuri, occhiali scuri ma meno scuri, la tristezza di mio padre,
casa,
altro dermatologo, terza diagnosi, latte, professore, riunioni, la parola “online”, amuchina, acqua, olio di iperico, cotone, studio, forza, dispnea, fare finta di niente, fermarsi, sorridere, dolore, biologa, pillole, integratori, vitamina D, ribes nigrum, vitamina A, vitamina E, B12, B8, DAO, colica, pronto soccorso, analisi, i miei occhi, gastroenterologo, oculista, altre analisi, intervento, Ettore,
il mio cuore, le mie mani, il mio collo, i miei capelli, le mie labbra,
sono ancora io dietro queste lenti.

(scritto ascoltando Bryan Ferry & Todd Terje – Johnny & Mary)
Dopo una lunga assenza torno a scrivere sul B-Log, ma anche questo è il bello di questo spazio, qui non ci sono boss, non ci sono scadenze, non ci sono obblighi, non c’è pretesa. Nessuna pretesa. Molta libertà.
Un piccolo immenso lusso che condivido con chi decide di trascorrere qualche minuto sfogliando queste foglie virtuali.
Come state?
Come stai?
Non so voi, ma io mi ricorderò di chi in questi mesi mi ha scritto “Come stai?”. Le ossessioni si vestono di mille colori, le mie, in questo periodo, hanno soltanto cambiato abito. Ma sono sempre lì, a farmi compagnia quando intorno c’è troppo rumore e dentro troppo silenzio o viceversa quando intorno c’è troppo silenzio e dentro ho troppo rumore.
Poi ci sono i momenti in cui c’è solo rumore. Dentro e fuori. E questi sono i momenti peggiori. Bisogna imparare a coprire il rumore. A farselo amico.
In tutto questo può essere utile la poesia? Sì.
La poesia compie miracoli. Più ti trascinano nella fogna e più hai opportunità di salvezza nell’arte. Anche per questo è nato il canale Youtube legato a questo sito. Anche quello senza obblighi, senza vincoli, senza termini minimi di conservazione, senza pretese, senza finzioni.
Soprattutto senza finzioni.
È poca cosa per riuscire davvero a salvarsi e la mia lettura è imperfetta ma proprio per questo, almeno, autentica.

A volte le reti sociali possono rivelare piacevoli sorprese artistiche, questo – a dire il vero – è l’unico pregio che mi sento di riconoscere ai “social network”. Pochi giorni fa ho iniziato a seguire con interesse Antonio Carreño (@ycosasquemecallo), un giovane autore talentuoso che scrive sui social brevi frasi, piccoli versi e condensa emozioni e istanti in poche parole. Possiede il dono della sintesi: una virtù in via d’estinzione.
Il suo primo libro “Y cosas que me callo”, editore Aguilar, è già in prevendita su Amazon; io ho scelto un paio di frammenti che trovate pubblicati sul suo profilo Instagram e li ho tradotti per voi:
Teoria del caos
Se tu cadi
io caos.
Teoría del caos
Si tú caes
yo caos.
*********
In medicina, un “corpo estraneo” è
un elemento alieno al corpo che
ne impedisce il suo corretto funzionamento.
Giurerei che gli ultimi avessero nome e cognome.
En medicina, un “cuerpo extraño” es
un elemento ajeno al cuerpo que
impide su correcto funcionamiento.
Juraría que los últimos tenían
nombre y apellido.
Antonio Carreño è anche veterinario ma come lui stesso scrive nella breve biografia che Instagram concede ai suoi utenti:“quella è un’altra storia e deve essere raccontata in un’altra occasione”. Inevitabile la mia simpatia nei suoi riguardi perché io sono anche ingegnere e anche per me, quella, è un’altra storia.
Foto: Antonio Carreño

Interno Duca, Novembre 2017
C’è una storia che ignoro per ogni tetto.
Io resto. Sul mio balcone. In preda al dubbio di avere sbagliato palazzo.
Sulla strada una voce lontana grida “Giacomo” e risponde un ragazzo che non è mio padre.
Perdo la vista in un punto oltre la montagna e mi ricordo di essere lontana da casa, e di non avere casa, ma di cercarla ancora.
Ogni tetto ignora la mia storia.
Io resto. Su questo balcone. In preda al dubbio di avere sbagliato momento, paesaggio e idioma.
Ti cerco in un punto oltre la montagna e mi ricordo di essere lontana.
Dalla strada una voce mi chiama.
Tutti i miei limiti in una sola parola.
Angela Spoto